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lunedì 9 aprile 2018

LIBRI - "COSTRUIRE LA DEMOCRAZIA. PREMESSE ALLA COSTITUENTE", DI PIERO CALAMANDREI

In quest'ultima settimana mi sono dedicato alla lettura di due libri del padre costituente Piero Calamandrei. Il primo, "Costruire la democrazia. Premesse alla Costituente", è un insieme di saggi scritti dal 1945 al 1946, che collegano la situazione dell'occupazione nazifascista, la Liberazione e lo stallo presente nella società italiana in attesa della Costituente, vista dalla popolazione come una soluzione praticamente a tutti i mali di una società totalmente da ricostruire.
Per quanto riguarda il secondo libro, si tratta di un piccolissimo opuscolo contenente un famoso discorso di Calamandrei sulla Costituzione, risalente al 26 gennaio del 1955.
Calamandrei, attraverso le sue letture della situazione sociale e politica italiana, ci guida verso un sentiero, dandoci già alcune basi di riflessione che dovranno poi essere discusse all'interno della sovrana assemblea Costituente, per ricreare una società italiana che abbia come base fondante di un dialogo costruttivo tra istanze differenti un patto sociale in comune, incarnato dalla Costituzione.
Soluzione imprescindibile per la riuscita di quest'opera, che non è assoluta ma va necessariamente perseguita passo dopo passo, ben oltre il perimetro di una Costituzione, è la comprensione dei diritti di libertà e della funzione dello Stato, in trasformazione rispetto al passato. 
Il passaggio obbligato parte dall'analisi della deriva nazionalista italiana e tedesca, mettendo alla luce le divergenze presenti dal punto di vista formale tra Fascismo e Nazismo, nella concezione stessa di regime totalitario. In sintesi, possiamo riportare l'analisi di Calamandrei con l'impostazione di un Fascismo assai mimetico ed occulto, opposto a un Nazismo assai più esplicito nelle modalità di regime. 
Dopo aver posto le basi con l'analisi del passato, si prosegue con il significato e la funzione di "Costituente". Per arrivare a questo, Calamandrei riprende il decreto legge luogotenenziale del 25 giugno 1944, numero 151. Con esso, il popolo respinge un potere costituito non riconoscendolo più e riprendendosi le "chiavi" della sovranità per creare un nuovo patto sociale, base fondante di un nuovo sistema d'istituzioni, rispondenti alle nuove aspirazioni della maggioranza della cittadinanza italiana.
All'articolo 1 del decreto, Calamandrei fa notare il significato di netta separazione tra un potere Costituito e terminale, ed uno nascente "dopo la Liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano".
In qualsiasi Rivoluzione, c'è una parte di demolizione del potere esistente e una parte di ricostruzione di un nuovo sistema. In Italia, dopo la Seconda Guerra Mondiale ci fu un periodo che possiamo definire di "Vacanza giuridica", d'attesa, in una sospensione tra due mondi: il mondo della legalità già condannata dal popolo e quello della legalità desiderata, ma ancora attesa. 
Possiamo considerare quell'Italia narrata da Calamandrei come racchiusa in un "limbo istituzionale".
In tema di riforma dei Codici, Calamandrei fa notare l'importanza secondaria di questa tematica, in quanto, senza una Costituzione, fonte assoluta, non avrebbe avuto alcun senso riformare i Codici esistenti dall'epoca del Fascismo, in quanto, tali modiche sarebbero potute entrare in conflitto con le scelte dell'assemblea Costituente successiva. Inoltre, egli fece attentamente notare il fatto che il Fascismo accolse le modifiche dei Codici, derivanti da altre dottrine, appropriandosene e puntellando esclusivamente qui e lì, con qualche tocco di regime. Per questo, una riforma integrale o una rimozione totale sarebbero state superflue.

Calamandrei concentra la sua attenzione sui diritti sociali, spiegando che lo Stato che verrà non dovrà limitarsi a segnare dei confini dove limitarsi a non intervenire col suo potere legislativo, in modo da creare perimetri di libertà, dove lo stato si astiene. Questa concezione di libertà non basta più a Calamandrei, in quanto il concetto di libertà visto come risultato di un ruolo "negativo" dello Stato non si trasforma in vera libertà. Esse sono delle "zone franche" di giurisdizione statale, ma insufficienti per il compimento di una completa libertà.  E' vero che tutti hanno il diritto di studiare ma, ad un'analisi più attenta, non tutti, pur avendone la possibilità, hanno poi i mezzi per permettersi questa formazione. E' qui, su questa base concettuale che si inseriscono i diritti sociali. 
Mentre i vecchi diritti di libertà non presupponevano alcuna spesa per il bilancio statale, in quanto lo Stato si limitava a controllare dall'alto la libertà, senza intervenire, come soggetto terzo, questa volta, con i diritti sociali, si passa da una concezione di "LIBERTA' DALLO STATO", ad una libertà "PER MEZZO DELLO STATO", dove serve una funzione dello Stato che si ribalti, da negativa a positiva, una funzione che accompagni la società, con l'esborso di risorse pubbliche, a una condizione della vita che, finalmente, ponga tutti sullo stesso livello, ricchi e poveri, nelle possibilità di poter arrivare.

Questo sulla base del fatto che, come scrisse Calamandrei: "Che, se vera Democrazia può aversi soltanto là dove ogni cittadino sia in grado  di esplicar senza ostacoli la sua personalità per poter in questo modo contribuire attivamente  alla vita della comunità, non basta  assicurargli teoricamente le libertà politiche, ma bisogna metterlo  in condizione di potersene praticamente servire [...] di vera libertà politica potrà parlarsi  solo in un ordinamento in cui essa sia accompagnata per tutti dalla garanzia di quel minimo di benessere economico, senza il quale viene a mancare per chi è schiacciato dalla miseria ogni possibilità pratica di esercitare quella partecipazione attiva alla vita della comunità  che i tradizionali diritti di libertà teoricamente gli promettevano".

Questo è il concetto che nasce, di equità sociale, che ritroveremo nettamente all'interno dei principi fondamentali della Costituzione, all'articolo 3 comma 1, con il principio di uguaglianza formale, e all'articolo 3 comma 2, con il principio di uguaglianza sostanziale, cardine delle argomentazioni di Calamandrei.

Senza questa base sostanziale, i diritti di libertà diventano meri diritti "cosmetici", e non si avrebbe il compimento di una piena democrazia. Chiaramente, Calamandrei aveva ben in testa che non sarebbe bastato enunciare diritti sociali dentro la carta costituzionale per garantirli, ma proporli all'interno di essa avrebbe tracciato un percorso di prospettiva vincolante per la classe politica italiana.

In conclusione, questo passaggio del libro è fondamentale per riportarci alla comprensione della deriva liberista della politica italiana, in nome del perseguimento di una perenne deflazione salariale, che ci faccia esportare di più distruggendo la domanda interna, e di una flessibilità del mercato del lavoro, di cui il Jobs Act è solo l'ultima tappa. 



Buon proseguimento. 

lunedì 26 marzo 2018

ROBERTO FICO PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI - UN PASSAGGIO DI UN SOGNO UTOPICO.

L'elezione di Roberto Fico come Presidente della Camera dei Deputati segna un passo fondamentale ed emozionante per chi, come me, segue il Movimento 5 stelle dalle sue origini, tramite gli spettacoli di Beppe Grillo. C'ero, quando a Cagliari, il 22 marzo del 2014, Roberto Fico venne ad un'agora e ci spiegò come nacque in lui la voglia di incominciare a costruire questo progetto politico seguendo la strada segnata da Beppe Grillo.

Questo fu il suo intervento




Nacque tutto da un articolo di Beppe Grillo nel blog, che si chiedeva come fosse possibile canalizzare tutta la frustrazione accumulata dagli spettatori dei suoi monologhi satirici, in energia positiva che andasse realmente ad influire nel vissuto. Dall'informazione, all'azione. 
Fu così che Beppe Grillo propose i famigerati Meetup, e Roberto Fico colse l'occasione, aprendo il primo Meetup a Napoli, nel 2005.
Il suo intervento continuò, spiegandoci come all'inizio fosse totalmente isolato, e per cercare di dare qualche informazione, si costruì un nickname alternativo, che utilizzava per porsi dei quesiti, mentre offriva la risposta dettagliata alla domanda stessa. Di fatto si faceva la domanda, e si dava pure la risposta, in modo da offrire già qualche piccola base di partenza a chi si fosse affacciato per appoggiarlo in questo progetto.
I meetup si moltiplicarono in Italia, e la prima riunione dei meetup italiani avvenne a Napoli, in una grotta di tufo, dove una quarantina di attivisti cominciarono a confrontarsi su alcune tematiche utili per portare la voce dei cittadini. Una storia che mi colpì molto, e che ora mi fa emozionare.
Roberto Fico rappresenta l'utopia del Movimento, la Storia del Movimento 5 stelle.



Al primo VDay del 2007, Beppe Grillo tentò un collegamento via Skype con un'altra piazza, quella di Napoli. E chi c'era lì a rispondere? Sempre lui, Roberto Fico, impegnato a raccogliere le firme per la legge d'iniziativa popolare "Parlamento pulito".


Sono aneddoti che un ragazzo come me, che segue Grillo da quando aveva 13 anni, non dimentica.
Quello stesso giorno del 2014, Roberto Fico, tra tutti i temi che ci spiegò sulle dinamiche parlamentari, si concentrò molto sull'utilizzo scorretto della decretazione d'urgenza da parte del Governo, che di fatto sgonfiava il potere legislativo del Parlamento, togliendo la voce alle opposizioni. La decretazione d'urgenza è diventata prassi, su temi dove non c'è una reale urgenza che richieda un intervento immediato. Essa è diventata semplicemente un metodo per aggirare il confronto parlamentare con l'organo eletto dal popolo.
E ieri, nel discorso d'insediamento da Presidente, Fico ha portato alla luce le medesime tematiche che ci spiegò quel giorno a Cagliari, garantendo l'impegno per un Parlamento che torni centrale nelle dinamiche politiche, con un dialogo ampio tra gli eletti.


Non vi nego che sabato mattina, quando il nome di Roberto Fico è stato ufficialmente presentato come il candidato del Movimento 5 Stelle alla presidenza della Camera dei Deputati, in me ci sia stata una grande emozione. Un'utopia che trova una reale conclusione.

Ecco la proclamazione.



Ed ora auguri di buon lavoro, Presidente Fico.

mercoledì 21 marzo 2018

DISCORSO DELLA SERVITU' VOLONTARIA, di Étienne de La Boétie

La scorsa settimana mi sono concentrato su una lettura che si è rivelata davvero molto interessante: Discorso della servitù volontaria, del filosofo francese De La Boétie. In questo breve articoletto, vorrei portarvi all'attenzione alcuni punti che per me sono risultati rivoluzionari nella concezione della problematica sociale, nel rapporto esistente tra il tiranno e suoi sudditi.
De La Boétie compie una netta inversione rispetto alla concezione presente sulla problematica della schiavitù volontaria nella sua epoca. Da colpa del tiranno oppressore, si passa a compartecipazione degli oppressi alla loro stessa oppressione, come se questa dinamica crei un legame inscindibile di "sicurezza". 
Egli ci fa semplicemente notare che esiste una volontà degli strati oppressi della società a farsi piegare da un tiranno, in quanto se solo gli oppressi volessero rovesciare il tiranno e recuperare ciò che più conta nella loro vita, ovvero la libertà, potrebbero farlo senza l'utilizzo della violenza. Secondo De La Boétie, basterebbe una reale presa di coscienza popolare sulla problematica del recupero delle libertà individuali e collettive, per non seguire più i dicktat imposti dall'alto da un tiranno che, in realtà crea la sua forza imponente semplicemente tramite la sudditanza di un popolo incapace di una presa reale di coscienza.
De La Boétie ci fa comprendere come sia incomprensibile una paura che crea sudditanza se a subirla non è una singola persona o un piccolo gruppetto di persone, ma villaggi interi, città, Stati, nei confronti di un singolo uomo.
Su quest'incapacità, il tiranno costruisce il suo sistema d'oppressione, talvolta con alcuni stratagemmi che non impongono violenza o privazioni, ma attraverso la distrazione di massa: eventi vari di divertimento, atti ad impegnare l'intelletto degli oppressi su aspetti del tutto secondari rispetto al problema della sudditanza al suo controllo.
Un'altra modalità fondamentale di controllo esercitata dall'oppressore, di fonda sulla voglia degli oppressi di crearsi, seppur all'interno di un sistema d'oppressione e tirannia, una sorta di condizione privilegiata di schiavitù. Tramite questa scelta, il tiranno riesce a crearsi dei supporti popolari alla sua condizione privilegiata.
Un passaggio decisamente interessante è dato dalla constatazione del filosofo sulla capacità di alcuni illuminati che, di fronte allo sfruttamento e all'oppressione subita dalla propria nazione, riescono a creare intorno a loro un movimento imponente, atto a una generale presa di coscienza della popolazione oppressa. Questi pochi casi, secondo De La Boétie, se mossi da un'intenzione buona e integra, riescono alla fine a raggiungere il loro scopo di liberazione, in quanto la lotta per la liberazione riesce a farsi largo da sé per farsi riconoscere tra gli oppressi.
Questo illuminante saggio di De La Boétie, pubblicato clandestinamente a partire dal 1576, possiamo trasportarlo ancora per comprendere le dinamiche attuali. Di fatto, egli è riuscito a comprendere le dinamiche più avanzate della pubblicità e della propaganda, che muove le folle alla ricerca di effimere soddisfazioni di bisogni del tutto costruiti ad arte dall'oppressore, che nulla hanno a che fare con il vero bisogno primario umano: la libertà.
Una lettura di questo tipo è assolutamente necessaria, per fare un salto ulteriore nella comprensione delle dinamiche relative alla perdita di sovranità che ci accompagna storicamente dal Fascismo in poi.
Tramite il Fascismo si ebbe la perdita di sovranità popolare avvenuta attraverso la trasformazione del nostro sistema istituzionale da democratico ad autoritario e, successivamente, dopo la liberazione dal nazifascismo, alcuni fatti ben conosciuti, ci hanno mostrato una non completa possibilità di accedere a scelte sui nostri interessi come Stato. Possiamo citare la morte di Mattei e Moro come avvisaglie nette di questa dinamica, che poi è di fatto peggiorata nel tempo con un controllo non solo sulle scelte politiche interne, ma sulle dinamiche economiche in cui ci siamo fatti imbrigliare tramite il "Divorzio 1981" tra Ministero del Tesoro e Banca d'Italia, Maastricht, l'Euro e gli ultimi trattati europei (Lisbona, MES, Fiscal Compact, Dublino III). Vorrei consigliarvi una lettura sulla sovranità italiana, molto molto interessante: Sovranità limitata 1978-2018.

giovedì 8 febbraio 2018

CRISI DEMOGRAFICA - I DATI ISTAT 2017 E COLLEGAMENTI SULL'ECONOMIA E SULL'IMMIGRAZIONE.

E' di oggi la notizia che segna un nuovo minimo storico nelle nascite dall'Unità d'Italia, il 2% in meno tra il 2017 e il 2016. Nel 2017, le nascite si sono fermate a 464 mila unità, 9000 in meno del 2016.
Quello demografico è un problema serio, che va analizzato nei risvolti che esso mostra a livello economico e sociale. Proviamo a fare una piccola ricostruzione storica, prendendo come elementi base del ragionamento il calo demografico, il risparmio privato italiano, l'immigrazione e il ruolo dello Stato.





Fonte: Wikipedia per il grafico demografico e fef academy per il tasso di rispamio privato delle famiglie italiane.

Questi due grafici raccontano molto bene il nostro declino, che ha radici molto più antiche dell'Euro. Parte con la flessione demografica, che registra l'ultimo anno di crescita nel 1964 per poi avere un declino che ci porta sotto il tasso di riproduzione, che è pari a un livello leggermente superiore ai 2 figli per coppia (dato che dobbiamo prendere in considerazione il fatto che c'è chi, per scelta di vita, morte prematura o altri fattori, non dà vita a nuova prole).
Con meno popolazione, c'è meno domanda interna che dev'essere compensata con una maggior propensione al consumo individuale. Si riesce a intensificare la produzione in maniera fittizia delocalizzando la produzione e quindi deindustrializzandoci, per produrre a basso costo e reimportare. Nel secondo grafico, ci viene mostrato il tasso di risparmio delle famiglie italiane, che storicamente è stato uno dei più alti del mondo. Il primo aspetto che ci viene immediatamente all'occhio, è il trasferimento del risparmio in consumi.

Uno dei maggiori problemi che dovremmo porci è quello demografico, ma una politica del genere si può mettere in piedi esclusivamente con uno Stato al centro della vita collettiva, cosa impossibile con le logiche liberiste. Infatti, ad oggi, la soluzione che ci viene perennemente offerta sul tema demografico, è "importare capitale umano". Non ho usato a caso questa terminologia, perché essa è figlia del capitalismo neoliberista. Non dobbiamo uscire dalla logica del Capitale. 



(Qui la citazione di Sankara è fondamentale:<<Le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l'Africa sono gli stessi che fruttano l'Europa. Abbiamo un nemico comune>>. In questa citazione, si legge lo spostamento del capitale liberalizzato come fattore predatore. Il capitale, se così possiamo dire, non conosce patria, ma solo il profitto incondizionato. Questo è il liberismo. I rapporti di forza sono evidentemente diversi, ma la logica è la stessa.)


Questo servirebbe per comprimere ulteriormente i salari laddove c'è già un eccesso pazzesco di forza lavoro inutilizzata. Senza Stato nell'economia, questa via non è risolutiva, perché ci sarà sempre altro "capitale umano" da importare per comprimere ancora al ribasso i salari e ritrovare competitività sulle esportazioni. Se la crescita non può avvenire tramite domanda interna, che viene appositamente compressa abbassando l'influenza dei lavoratori tramite l'abbassamento dei salari, deve avvenire vendendo le proprie merci agli altri. 
Dovrebbe essere nuovamente lo Stato a poter investire nella famiglia (non mi interessa il tipo di famiglia), e creare le condizioni perché l'aumento demografico si sviluppi da sé. Sarebbe bella l'idea d'istituire una commissione d'inchiesta specifica sul tema demografico. Lo Stato, in questo momento, ha di fatto le mani legate rispetto all'economia, e non si può pretendere che esista un altro metodo per incentivare le famiglie ad allargarsi.
Non è risolutiva neppure dal punto di vista demografico questa soluzione, almeno secondo me, perché il problema italiano, se nasce dal 1964, sfugge esclusivamente a logiche collegate alla crisi economica, ma è fattore culturale. Un economista che tratta spesso la tematica demografica, Gotti Tedeschi, collega l'inizio del problema demografico con il concetto di paternità responsabile, uscito dal Concilio Vaticano II. Assorbendo la nostra cultura, la popolazione immigrata, nel giro di poco tempo assorbirà questo fattore culturale. La soluzione non è definitiva, ma solo tampone, oltre a creare ulteriori tensioni sociali, figlie di un'estremizzazione del conflitto sociale dal basso. E' da questo conflitto sociale che nascono episodi come quelli di Macerata.
Per concludere, l'economia e la demografia insieme si legano solo con un intervento di Stato a sostegno delle famiglie.

giovedì 1 febbraio 2018

L'INDOVINELLO DI TIZIO, CAIO E SEMPRONIO.


Tizio fissa il cambio con Caio e Sempronio e adotta con essi una moneta unica. Tizio ha abolito il rischio di cambio nei confronti della moneta di Caio e Sempronio e può prestare soldi a Caio e Sempronio senza che essi possano svalutare la loro moneta, tirandogli la sola.

Ecco che, protetti dalla moneta unica i capitali di Tizio dal Centro si dirigono in periferia, per finanziare Caio, perché Caio offre rendimenti più alti. Caio è felice, ma Tizio di più. Caio è felice perché si può permettere finalmente di comprarsi i beni prodotti da Tizio che prima costavano troppo e ora sono più a buon mercato, e Tizio è felice perché con questa logica finanzia le esportazioni di prodotti del suo sistema industriale. 
Caio cresce, ma il suo sistema privato si sta indebitando con Tizio. Importando troppi prodotti di Tizio il sistema di Caio si gretola. Tizio chiude i rubinetti del credito e Caio deve saldare con tanta austerità.
Se Tizio eccede troppo con i crediti al sistema di Caio, non c'è problema, perché arriva Sempronio, che nel mentre ha fatto saltare il suo governo via lettera banca centrale con l'imposizione di tante riforme liberiste e spread, e ha messo al suo posto un governo tecnico, che finanzia in parte il salvataggio delle banche di Tizio esposte eccessivamente ai debiti di Caio e impone al proprio sistema austerità e tagli ai diritti sociali, così da tagliare la domanda interna.
Il sistema produttivo di Sempronio deve quindi tagliare i salari per rimanere in competizione con il sistema di Tizio o, in alternativa, fare delocalizzazioni, deindustrializzando il proprio sistema. Intanto, il sistema di Tizio può permettersi di fare shopping nel sistema sia di Caio che di Sempronio, che privatizzano.
L'adozione di una moneta unica ha avvantaggiato Tizio o Caio e Sempronio? Ha avvantaggiato il capitalista del sistema di Tizio o l'operaio del sistema di Caio e Sempronio?

lunedì 8 gennaio 2018

LIBRI - LETTERE DI CONDANNATI A MORTE DELLA RESISTENZA ITALIANA, AMOR DI PATRIA E RIFLESSIONI ALLEGATE.

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana è stato l'ultimo libro del mio 2017. Non posso definirlo con assoluta certezza il più toccante, ma esclusivamente per il fatto che, precedentemente ad esso, io abbia letto "Se questo è un uomo" e "La tregua", di Primo Levi. Applicare una scelta tra queste opere è davvero complesso.
Leggendo quest'opera ho notato un continuo richiamo all'amor di patria, e quindi all'orgoglio di essersi battuti fieramente per il futuro dell'Italia occupata. In tutte le ultime lettere inviate dai condannati, sento particolarmente vicina ai miei ideali quella inviata da un ragazzo di diciannove anni, Giacomo Ulivi. Giacomo si battè contro il nazifascismo, e fu catturato per tre volte. Nelle prime due esperienze, con grandissima tenacia, riuscì a scappare e, in un momento di libertà tra la seconda fuga e l'ultima cattura ad opera delle camicie nere, scrisse una lettera ai suoi amici. Non era una lettera d'addio, in quanto aveva appena riconquistato la libertà, e potè quindi proiettarsi verso il futuro, oltre il nazifascismo, verso la liberazione e la successiva ricostruzione della nostra società.
Il pensiero espresso da Giacomo nelle quattro pagine scritte è di un valore davvero altissimo. Mi chiedo cosa sarebbe potuto diventare all'interno della società post liberazione, se solo avesse avuto la possibilità di esserci materialmente. 
Egli fece riferimenti alla ricostruzione, ma non tanto materiale. Infatti, prima di preoccuparsi di tutto quello che di materiale si sarebbe dovuto ricostruire, si preoccupò di porre l'accento su una ricostruzione dell'uomo, della società italiana. Un inizio assolutamente calzante, dato che si arrivava da un ventennio che aveva staccato la gente dalla politica. Il Fascismo, aveva dato l'idea che "la politica fosse lavoro di specialisti". Cito testualmente una serie di sue riflessioni:
- "Ci siamo fatti strappare tutto da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente";
- "Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale, la mentalità di molti di noi";
- "Oggi bisogna combattere contro l'oppressore. Ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi  in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi e il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi".

Un appunto finale a questa riflessione.

Io, purtroppo, qualche collegamento storico lo trovo, e mi batto contro chi assoggetta, in qualsiasi forma. Oggi, inutile negarlo, la forma di controllo è cambiata, ma andando avanti su questa strada, l'insurrezione potrebbe essere gestita proprio da quelli che ritengono che sia la vecchia scuola la modalità giusta. Come ho ascoltato bene dall'economista Sapelli:<< Il contrario del liberalismo è mettere in una Costituzione la forma della politica economica. E' negare di fatto la democrazia. Noi l'abbiamo fatto, fino a scriverci che non dobbiamo fare debito pubblico. Siamo diventati pazzi>>. E ancora:<< Questo è figlio d'intellettuali cosmopoliti che non sanno cosa sia l'amor di patria >>.
A me, sinceramente, l'amor di patria resta ancora, e oggi viene strumentalizzato in negativo. Si fa un miscuglio intellettualmente ignorante, per far apparire l'amor di patria, come l'anticamera del nazionalismo. Ma non c'è nulla di più falso, e questo libro lo dimostra in maniera inequivocabile. Dei condannati a morte italiani, che lottavano contro il nazionalismo italiano e tedesco, che nell'ultima lettera alle famiglie, rivendicavano con fierezza il loro sacrificio sull'altare della patria.
Oggi, nel 2018, avere amor di patria significa battersi per fermare le limitazioni di sovranità a enti sovranazionali e, al contrario, rivendicare il recupero della sovranità perduta. Questo, per me e per molti altri cittadini, è la priorità in quanto laddove ci sarebbe dovuta essere una piena cooperazione tra gli Stati appartenenti all'Unione Europea, e specialmente all'Eurozona, si riscontra invece uno scontro tra diversi interessi nazionali, dove la più forte, lentamente, fagocita le altre realtà che le stanno intorno.
Allora all'amor di patria, oggi, viene attribuito artificialmente un significato differente da quello reale?
L'abbiamo dimostrato nei ragionamenti precedenti che i soggetti che mostravano d'aver amor di patria volevano restituire onorabilità e istituzioni pienamente democratiche alla propria società.
Su questa strada non c'è nazionalismo, e sarebbe stupido pensare che chi lottò contro il nazionalismo, avesse l'intenzione di costruirne uno nuovo. Su questa strada non c'è nazionalismo perché non ci si vuol minimamente credere superiori a nessun altro popolo, ma si vuol esclusivamente ripristinare il pieno potere delle istituzioni democratiche statali.
Una di queste istituzioni è la moneta. Appoggio quest'idea con tantissimi italiani, di color politico che va da persone di sinistra fino a quelle di destra, ma rispettose del dettato Costituzionale, figlio di quell'esperienza storica che fu il nazifascismo. 
Confondere questa via per una deriva nazionalista è ignorante, ma lo trovo comprensibile, tanto che alcune proposte emergenti sulla scena politica italiana, ancora poco visibili, ma non si sa per quanto, hanno preso questi punti e ne fanno un loro canto di battaglia, restaurando nello stesso tempo vecchi ricordi.
Più lo stallo andrà avanti e più loro cresceranno perché, come è facile comprendere, subire un'egemonia esterna rischia di creare risentimento.



mercoledì 22 novembre 2017

"MARCIA SU ROMA E DINTORNI" E IL PERICOLO DEL NEOFASCISMO.

"Marcia su Roma e dintorni" di Emilio Lussu è forse il libro più attuale che ci sia. Io lo lessi lo scorso aprile, perché sto affrontando un percorso di avanzamento per arrivare alla cosiddetta "Prima Repubblica", che è il mio tallone d'Achille in quanto a conoscenze sulle mosse politiche dei vari schieramenti. Per ottenere un chiarimento su questi aspetti, non potevo che ripartire formandomi nuovamente con tutti i tasselli precedenti, nazifascismo compreso, ovviamente. E' un libro che mi ha stupito, perché scritto da un mio corregionale che racconta la sua esperienza diretta della realtà fascista in località davvero vicine a me, che io conosco bene. 

Credo che nella nostra società urga un confronto serio su un tema che esiste ed è in crescita e potrebbe arrivare in breve periodo a trovare nuovamente spazio nel parlamento italiano. Possiamo chiamare questo fenomeno come "neofascismo" che, date le condizioni sociali attuali e che si vedono in prospettiva, potranno solo che crescere. Molti si stupiranno probabilmente di questa preoccupazione, ma chi non ha più la classica protezione che lo esclude, momentaneamente, dalle dinamiche neoliberiste, comincia ad avere paura. Quando hai paura cominci a guardarti intorno, e scopri la rinascita di certe ideologie che si pensavano sepolte. Pensavo semplicemente di essere un giovane forse troppo timoroso di certe dinamiche, e invece, confrontandomi con altri contatti ho scoperto di non essere l'unico a temere questa deriva. Purtroppo, quando forze politiche che si definiscono di sinistra attuano una politica economica improntata sull'ideologia del neoliberismo, ovvero della destra economica, si creano le condizioni per la rinascita di fenomeni che pareva ormai superati. Esse fanno proprie tematiche all'ordine del giorno attualmente, e ottengono un perfetto cammuffamento, in quanto si appropriano di istanze d'attuazione costituzionale che si rifanno alle idee sovraniste promosse da studiosi esterni alla politica, sia di destra che di sinistra. Il cammuffamento tra sovranismo e nazionalismo, attualmente, con l'accettazione del vincolo esterno bipartisan promosso dal "Sogno €uropeo" a colpi di austerità e deflazione salariale, fa sì che queste nuove realtà possano promuovere un programma a tratti ampiamente condivisibile, proprio perché fondato, apparentemente, sul perseguimento di punti programmatici in opposizione alla causa di questa deriva neoliberista. Mi sto riferendo, ovviamente, la costruzione europea ordoliberista. Pare che queste nuove realtà stiano riuscendo a procurarsi uno spazio politico ottenendo una legittimazione. E' qui, che ci viene in soccorso Emilio Lussu.
Nella sua retrospettiva storica di ciò che fu l'ascesa del Fascismo, ci racconta che nel ventennio dittatoriale, in realtà, l'arte del compromesso fu all'ordine del giorno e, soprattutto, sulle tematiche pesanti, specialmente relative agli interessi economici privati, tutto rimase perfettamente inalterato rispetto alle condizioni preesistenti all'ascesa del regime.
Questo è un punto importante, fondamentale, se andiamo ad unirlo a un discorso parlamentare d'opposizione di Mussolini, raccontato da Lussu, che al tempo sedeva in Parlamento. La sua idea espressa di Stato era uno Stato che si mettesse di lato rispetto agli interessi privati, uno Stato che possiamo definire come "Stato minimo", perfettamente compatibile con le politiche ordoliberiste che oggi subiamo nell'Eurozona. Era un'idea di Stato che garantisse un ordinamento giudiziario ben funzionante, ma che abbandonasse tutto il resto all'attività privata. Una perfetta concezione liberista, che vedeva nel mercato l'unica soluzione.
Attuale, attualissimo, come le condizioni che portarono al potere il nazifascismo. Nell'Italia del primo dopoguerra, Lussu ci racconta di una stagnazione dei salari, che nei casi peggiori diminuivano. Aspetto che ritroviamo anche in Germania, posteriormente alla crisi del 1929, che fu gestista da governo Bruning a colpi di austerità.
La condizione d'accettazione, conseguentemente, potrebbe essere nuovamente quella di un secolo fa.
Oggi ritroviamo una colpetizione mercantilista tra i paesi dell'€urozona, dove, non potendoci essere un aggiustamento monetario tramite la svalutazione della moneta nazionale, vi è un aggiustamento  della competitività che ricade sui salari, tramite la deflazione salariale e l'attacco ai diritti sociali. In questo modo, la componente lavoro ha un costo minore e il prezzo del bene torna competitivo nella sfida mercantilistica interna all'Europa. Lo Stato perde via via la sua componente costituzionale di Stato sociale, di perseguimento dell'articolo 3 comma 2 della Costituzione sull'uguaglianza sostanziale, in una perenne guerra tra poveri, spesso tra generazioni, con l'età pensionabile che sale e il conseguente mancato ricambio tra vecchie e nuove generazioni sul campo lavorativo.
In una situazione come questa, dove il pacco viveri offerto gentilmente dai nuovi/vecchi che si stanno riaffacciando sullo scenario politico, purtroppo, aiuta a far mangiare un paio di giorni in più i propri figli, le condizioni per una nuova deriva ci sono tutte.
Questo non è il momento di occuparsi della censura di questi temi, di per se anch'essa fascista, anche perché il dialogo e la condivisione di questo pericolo fa sì che possa emergere un confronto costruttivo. Non è il momento di concentrarsi sulla censura di piccolezze, della distruzione della Storia, anche architettonica di quel periodo, ma è il momento di ricominciare a leggere ciò che fu. La Storia è lì per insegnare, e rimuovendola, come si è provato a fare nell'ultimo periodo tramite una legge che in realtà rischia più che altro di colpire la condivisione d'informazioni e il libero confronto sul tema, si fa solo un assist al neofascismo. Mettere un tappo al passato non serve.
Da questo punto di vista, ci viene in soccorso Pasolini, nella sua analisi di Sabaudia, nel documentario "La forma della città", del 1974. 


Pasolini afferma che i fascisti non sono riusciti, nonostante il loro ventennio dittatoriale, non solo a mutare, ma neppure a scalfire la realtà dell'Italia preesistente (questo lo disse anche Lussu). Conseguentemente, concentrarsi sugli aspetti esteriori, nel caso specifico relativo all'architettura di Sabaudia, in realtà non serve.
Lussu ha avuto un pregio, quello di saper prendere atto della sconfitta per preparare nel medio periodo la propria rivincita. Tuttavia, come ha spiegato in un passo del libro appena successivo al racconto dell'Aventino, la psicologia di massa per creare la rivincita democratica non si crea in un giorno. Già oggi, prendere atto del rischio in evoluzione sarebbe un grande passo avanti. Anche nel 1919 si partì con 4000 voti, due anni dopo misero 37 deputati, e poi sappiamo come proseguirono gli eventi.
Diciamo che, sempre rifacendosi a Lussu, non fossilizzarsi sul comportamento che ebbe l'allora presidente del Consiglio Facta, che lui definiva come "Il presidente che nutriva fiducia" (sul fatto che tutto sarebbe andato nel migliore dei modi), comincerebbe ad essere un passo in avanti nell'analisi.

Dato che ci stiamo avvicinando al Natale, credo che possa essere un'ottima idea quella di regalarlo ai nostri fratelli, nipoti, cugini adolescenti, per prepararli a non vedere più questa realtà esclusivamente come un evento del passato, irripetibile. Proprio per questo motivo, ritengo che "Marcia su Roma e dintorni" sia il libro più attuale nel panorama letterario italiano.

Per approfondimenti, non posso che consigliarvi questa lettura dal blog di Bagnai: Campo Despedienti (Frazione di Giovinia).



lunedì 31 luglio 2017

NUOTO - IL BILANCIO DEL MONDIALE DI BUDAPEST 2017

Quello che ci siamo gustati in questi giorni è stato uno dei mondiali di nuoto più belli della storia, e non solo per il livello che hanno dimostrato di avere i nostri assi italiani.

Partendo dall'Italia, ci siamo piazzati al sesto posto nel medagliere complessivo, con 16 medaglie totali, quarti, dietro solo ai titani mondiali: USA, Cina e Russia.
Non si vedevano tre ori dal mondiale di casa, a Roma 2009, dove ci furono le due vittorie di Federica Pellegrini sui 200 e 400 stile libero, conditi con due record del mondo, e la vittoria sui 1500 stile libero di Alessia Filippi. Se volessimo fare un passo storico maggiore per ritrovare un'Italia a questo livello, dovremmo spostarci addirittura all'Olimpiade di Sydney 2000, senza dubbio la più bella della storia, per quanto riguarda il nuoto. In quell'occasione, furono Domenico Fioravanti e Massimiliano Rosolino a regalarci tre ori, grazie, rispettivamente, alle vittorie sui 100 e 200 rana, e sui 200 misti conditi anche in quel caso con tanto di record olimpici (100 rana e 200 misti).
E' innegabile che il nuoto italiano si regga su tre punte di livello incredibile: Pellegrini, Detti e Paltrinieri, ma è sempre stato così, e lo è anche per gran parte delle altre nazioni. Lo è per la Svezia, che se si chiamasse direttamente Sarah Sjostrom, a livello natatorio cambierebbe poco, per l'Ungheria, che si regge su Lazlo Cseh, Katinka Hosszu e David Verraszto. 
Ciò che c'è di estremamente positivo, è la crescita del livello medio dell'Italia, che anche in questo caso ci riporta un po' a Sydney 2000. In quel caso, non ci furono solo le medaglie di Rosolino (200 misti, 400 stile libero, 200 stile libero) e di Fioravanti, ma ci furono gli acuti di Rummolo, che piazzò un bronzo negli stessi 200 rana vinti da Fioravanti, ci fu il quarto posto di Vismara nei 50 stile libero, ci furono le staffette 4x200 stile libero maschile al quarto posto e la 4x100 stile libero al quinto posto.
Nel mondiale ungherese, abbiamo avuto grandi risposte da personaggi natatori che hanno già fatto la storia italiana, come Fabio Scozzoli, ritornato a grandi livelli sui 50 rana, dove ha migliorato per due volte il record italiano arrivando sesto in finale; e da future punte, come la Castiglioni, anche lei sesta nella finale della medesima disciplina, dalla Quadarella, stupenda nei 1500 stile libero che le hanno regalato il bronzo e da Martinenghi, ranista che ha mostrato grandi qualità.
A livello globale, abbiamo trovato una Federica Pellegrini versione super negli ultimi 30 metri dei 200 stile libero, dove neppure la fin lì imbattuta Katie Ledecky ha potuto nulla. Una gara, quella dei 200 stle libero femminili, tattica, perché altrimenti non si spiegherebbe il calo prestativo della Ledecky, che se avesse ripetuto il tempo della semifinale (tra l'altro nuotata circa un'ora dopo la finale dei 1500 stile libero), avrebbe comunque vinto. La Pellegrini ha dato la zampata della campionessa esperta.



La gara degli 800 stile libero, vinta da Gabriele Detti, con il bronzo di Gregorio Paltrinieri, è stata la sintesi delle caratteristiche che portano Detti a essere l'italiano più completo nello stile libero, competitivo dai 200 fino ai 1500 stile libero. Una gara dove Paltrinieri si è preso l'onere di sfiancare sul ritmo Sun Yang, mentre Detti ha avuto la capacità di rimanere lì e piazzare la zampata negli ultimi 100 metri, battendo anche Wojdak.


I 1500 di ieri li abbiamo visti tutti. Si era capito dalla batterie che l'ucraino Romanchuk sarebbe stato un cliente estremamente difficile da sfiancare. Un passaggio agli 800 da paura per Paltrinieri, sul 7'44 (pensate che il bronzo negli 800 l'aveva visto chiudere in 7'42''44), con Romanchuk che, nonostante questo passo, è rimasto lì fino ai 1300 metri. Il finale di Paltrinieri ha sfiancato l'ucraino, che sarebbe stato nettamente favorito in un arrivo in volata. Per Gabriele Detti un quarto posto dovuto anche al sorprendente Mack Horton, che si sapeva sarebbe stato un cliente pericoloso, ma lo si aspettava un gradino sotto l'italiano. C'è da dire, però, che Detti in una sola settimana abbia nuotato 400 stile, 800 stile, staffetta 4x200 stile libero e 1500. Gli va fatto un monumento per un grandissimo mondiale.

Ecco la loro intervista a fine gara.



E' mancato il classico acuto in staffetta, che c'era stato anche a Kazan 2015, grazie alla 4x100 stile libero maschile.
E' mancata una vittoria italiana nel nuoto di fondo, com'era accaduto a Kazan grazie a Ruffini, ma sono arrivate tante medaglie. Al maschile, argento per Sanzullo nella 5 km e per Furlan nella 25 km, al femminile grandissima Bridi, che ci regala due bronzi nella 10 km e nella 25. Bronzo anche nella staffetta.
Grande Italia anche nei tuffi che, pur subendo il ritiro dell'icona Cagnotto, piazza due bronzi dal metro con Tocci al maschile e Bertocchi al femminile. Grandissimo bronzo per De Rose dalla piattaforma da 27 metri, nei tuffi dalle grandi altezze.
Come scordarci del nuoto sincronizzato, con l'oro della coppia Flamini-Minisini e l'argento, sempre di Minisini, ma in coppia con Perruppato.

Chiuderei con una breve analisi generale.

E' mancato solo Michelone, ritiratosi in grande stile a Rio 2016, ma gli USA non sono certo rimasti a secco! hanno immediatamente trovato un sostituto di peso, che sopperisse alla mancanza di Phelps e Lochte, tramite Dressel, un altro fenomeno a stelle e strisce che ha monopolizzato lo stile libero veloce e ha rischiato di fare uno scherzetto proprio a Michelone, arrivando a soli 4 centesimi dal record del mondo dei 100 farfalla 49''82 (stabilito a Roma 2009).
Nella rana, il britannico Adam Peaty si è permesso di riscrivere la storia, con altri record del mondo nei 50 e 100. 57''13 nei 100 e 25''95 nei 50, tempi non casuali, visto il ritmo tenuto anche nelle batterie e nelle semifinali.
Restando nella rana, ma spostandoci a livello femminile, la sfida titanca tra la Efimova e la King va all'americana, che sbriciola i record dei 50 e 100 rana imponendosi di forza sulla russa, che tuttavia si consola ampiamente con l'oro nei 200.
La padrona dello stile libero al femminile, Katie Ledecky, esce da questi mondiali con la sua storica imbattibilità violata dalla Pellegrini, ma con un bottino di spaventoso di 5 ori (400, 800, 1500 stile libero, 4x200 stile libero e 4x100 stile libero) e un argento nei 200 stile. Solo lei e Michelone Phelps versione Roma 2009 possono permettersi di dire di aver tirato un attimo il freno a mano nella stagione post olimpica. Il record del mondo della Pellegrini 1'52'98, datato mondiale Roma 2009, scricchiola non poco, dato che la Ledecky è arrivata nel 2016 a 1'53'73. L'aspettiamo  nel mondiale del 2019, in vista di Tokyo 2020.
Il livello medio per accedere alle finali è salito tantissimo, è un nuoto sempre più competitivo, che se si voltasse a riguardare i livelli di quindici anni fa, ovvero prima dell'avvento di un Phelps generalista, dalla farfalla, allo stile libero, e ai misti, troverebbe solo il record del mondo dei 400 stile libero inscalfibile, 3'40''08 di Ian Thorpe, battuto di un solo centesimo da Biedermann nel 2009, grazie al costume gommato.



Personaggio del mondiale: resterei in Ungheria, con la "Lady di Ferro" Katinka Hosszu, che ha esaltato la Duna Arena.